Ansia e Jihad


Di Alessio Papi.

Se l’11 Settembre seminò il terrore e la paura dilagò nel mondo, la crisi economica mondiale dovrebbe essere ricordata come l’era dell’ansia.

Non ce ne rendiamo conto ma oggi viviamo in un perenne stato d’ansia, ansia per l’andamento dell’economia, ansia per il lavoro, ansia di non riuscire ad arrivare alla fine del mese, ansia di non riuscire ad “onorare” per motivi economici uno status e uno stile di vita imposto dalla società consumistica e dai suoi modelli distorti ce ci porta nell’impossibilità di poter programmare un futuro con tempi dilatati, come se la vita fosse un prodotto da frigo a breve scadenza.

Il concetto di vita “moderno” (secondo molti creato a tavolino) non persegue la realizzazione personale (per altro sempre più difficile a causa della presunta congiuntura economica) ma impone l’effimero must della vita da “rockstar” un consumo istantaneo della vita, per citare Andy Warhol: “Ognuno ha diritto a 15 minuti di celebrità nella vita”.

In questo consesso sociale per altro non mitigato da i “veri valori tradizionali” (distrutti ad arte dai cosiddetti poteri forti), si inseriscono i ciarlatani con l’asciugamano in testa che predicano la jihad, i quali hanno un forte seguito tra gli “sfigati” della società (per dirla alla Gramellini).

Non deve stupire che gli attentatori siano proprio le seconde e terze generazioni di immigrati;

Cresciuti con i racconti tremendi dei loro padri sui loro paesi di origine, sono stati illusi che crescendo nell’occidente “opulento e ricco” gli spettasse “di diritto” una vita fatta di agi e lussi, belle donne e champagne dovendosi poi scontrare con la dura realtà di un quotidiano diverso da quello sognato.

I classici “sfigati” al pari di coloro che sperano di diventare ricchi giocando alle slot machine.

Il reclutatore (imam o venditore di pentole) non fa altro che promettergli gloria, ricchezza e successo (cosa che affascina anche i foreight fighters) convincendolo che tutto sommato distruggere chi ti a rifiutato e il suo modello sociale non è poi così grave ed è comunque un modo per cambiare il mondo, un po’ come accadeva negli anni ’70 con l’eversione nera e rossa.

Purtroppo la globalizzazione e le nuove tecnologie hanno creato un problema di dimensioni difficilmente gestibili oltretutto abbiamo delegato la nostra coscienza individuale al falso mantra universale del buonismo e del politicamente corretto, delegittimando in maniera subdola la netta distinzione tra bene e male, l’affermazione di principi identitari irrinunciabili, il prendere posizioni nette non vincolate alla convenienza del momento.

Serve una inversione di tendenza …. non è con la tolleranza che ci si difende, ma con la fermezza e la difesa della nostra cultura millenaria.

Solo difendendo noi stessi potremo capire se c’è un Islam moderato pronto al dialogo o esiste solo un islam antagonista incompatibile con la società occidentale.

islamic idiot
Uno sfigato normale e in versione jihad
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