Votiamo No (e salviamo Atac).


 

atac

di Alessio Papi

Capisco le reazioni dei passeggeri di Atac, capisco i mezzi che prendono fuoco, le metro allagate, le attese interminabili alle paline, ma siamo sicuri che la strada del refendum (fatto sotto una spinta emotiva forte) sia la strada da percorrere?

Quali sono le insidie che si nascondono dietro questa consultazione,quali problemi si risolverebbero?

Cominciamo col dire che personalmente non amo i “Radicali”, le loro battaglie e il loro modo di fare politica, ma queste sono considerazioni personali.

Il referendum non propone la “privatizzazione” di Atac (che qualche maniera potrebbe avere un senso) ma la messa a bando del servizio di trasporto pubblico in “ambito concorrenziale”, in parole povere l’apertura del TPL (trasporto pubblico locale), a privati in concorrenza con Atac.

Sotto questa forma così “liberal” si nasconde la più grossa truffa ai danni dei cittadini.

Il valore intrinseco di Atac (patrimonio del comune e quindi dei cittadini) è dato dal “contratto di servizio esclusivo”, ovvero l’accordo quadro tra comune e società di trasporti (ente in-house) per il funzionamento del servizio di trasporto,  e dal suo ingente patrimonio immobiliare, composto da uffici, ex depositi ed officine che ormai ricadono in “zone di pregio” e che  da tempo fanno gola (per ora senza successo) ai soliti noti “immobiliaristi romani”.

Privatizzare significherebbe mettere a reddito quanto esposto sopra, con una cifra (fatte salve le solite truffe ai danni del pubblico) inimmaginabile.

E’ qui, sotto l’effetto della più becera emotività, che scatta l’inganno del referendum proposto.

Aprire il mercato del Tpl ai soggetti privati, far fallire Atac e papparsi il suo patrimonio a prezzi di saldo.

Il trasporto pubblico locale per le sue intrinseche caratteristiche non può essere gestito da privati.

Per poche linee “ad alta” redditività (le più frequentate e in prossimità del centro), ve ne sono la maggior parte(ad esempio tutte le linee periferiche)  che operano in “dumping”, ovvero in “perdita” , e quindi poco appetibili al “privato”.

Aprire al mercato il tpl su Roma, significherebbe lasciare intere zone della città senza trasporti, o in alternativa ancora una volta costringere il comune ad offrire un servizio che nessuno vuole, in poche parole privatizzare gli utili e collettivizzare (ancora una volta) le perdite.

Nella civilissima, organizzatissima e perfettissima Germania si cominciò a liberalizzare il Tpl verso la fine degli anni novanta, il risultato fu che dopo circa dieci anni, land e comuni furono costretti a “ricomprarsi” le linee  (a caro prezzo) da coloro a cui le avevano date in gestione, risultati simili si sono avuti in mezza Europa.

Uno dei pochi DG “illuminati” di Atac (durato quanto un gatto in tangenziale), aveva stimato che solo la messa a rendita dei depositi atac in disuso, trasformati in parcheggi a pagamento  ed attività commerciali, avrebbe generato un guadagno per le casse Atac  tra i due e i 4 milioni di euro al mese, ma non se ne fece nulla, perché la “manina oscura” che governa la città ha tutto l’interesse a farli marcire nell’indifferenza della politica.

A proposito di politica, va sottolineato che il referendum su Atac lo hanno proposto i Radicali o meglio +Europa, un partito alleato del PD, lo stesso partito che ha governato Roma e Atac ininterrottamente  (se si esclude la giunta Alemanno) per 40 anni.

Un motivo in più per votare NO e salvare ATAC !

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